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“Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza.”(Alessandro Manzoni)
Abbiamo inserito in azienda una nuova persona. L’iter di selezione è stato particolarmente complesso: inizialmente le idee non erano chiarissime sul profilo, la società di selezione che ci stava supportando era coinvolta con noi per la prima volta, i candidati incontrati non ci convincevano. Già sulla “carta”. Non erano mai abbastanza. Abbastanza preparati, abbastanza cresciuti, non conoscevano abbastanza il settore, abbastanza motivati. Sicuramente erano troppo cari, soprattutto rispetto al possibile valore aggiunto che avrebbero potuto portare alla nostra azienda. Abbiamo ri-cominciato. Ci siamo ri-trovati e ne abbiamo ri-parlato. Ci siamo confrontati su quanto successo e su quanto veramente stavamo cercando. Abbiamo ri-dato fiducia al nostro partner. Ecco finalmente una rosa convincente, ecco il candidato ideale! E lui cosa fa? Rinuncia alla posizione. Noi per lui non siamo abbastanza. Ovviamente riproviamo con altri candidati – il tempo intanto, ineluttabile, scorre. Alla fine arriviamo alla negoziazione. Proposta, lettera d’impegno. Periodo di preavviso (il minimo, ci raccomandiamo). E, finalmente, arriva il primo giorno di lavoro. Quante aspettative stiamo nutrendo su questa persona, noi come azienda? Cosa vorremo da lui e per lui, non oggi che è il suo primo giorno, tra 1 anno, tra 5 anni?. Saremo ancora convinti di aver compiuto la scelta migliore? Da quali risultati ce ne accorgeremo? E soprattutto, una volta risposto a queste domande, quali strumenti saremo disposti a concedere? In 1 anno ovviamente valutiamo i numeri, i primi numeri. Già, perché anche se non abbiamo inserito un commerciale, valuteremo il nuovo arrivo sui numeri, freddi, distaccati, ma sempre numeri. Su quanto tempo ci avrà fatto risparmiare, su quante cose è riuscito ad imparare, su quanto valore aggiunto ci avrà portato. Il famoso conquibus alla fine si deve tradurre in un numero. E più il tempo passa più questi numeri assumono caratteristiche differenti, quasi vivono di vita propria. Anche la qualità, la reputazione, alla fine devono portare a un numero, preferibilmente con un “+” davanti. Cosa succederebbe se così non accadesse? Potrebbe significare che io, oggi, inserendo questa persona in azienda, non ho compiuto la scelta migliore, o che non l’ho messa nelle condizioni per poter dare il meglio di sé, oppure che l’azienda è cambiata, io sono cambiato ma non ho saputo gestire al meglio questa fase di transizione con le mie risorse. Dimenticandomi di valutare a fondo, o sottovalutando, il legame tra la variabile tempo e la variabile numero: il tempo tende a diminuire e i numeri dovrebbero tendere ad aumentare. E la variabile persona, in quanto essere umano e risorsa dell’azienda, che deve aiutare l’azienda a produrre profitto? Cosa facciamo perché questa terza variabile possa essere il fattore critico del cambiamento, del successo, ovvero che considerando il tempo come risorsa scarsa, porti un ritorno economico dell’investimento (aumento del famoso numerino)? Forse sarebbe bello, oltre che opportuno che valutassimo oggi l’azienda che vorremmo essere domani, che oggi ci ponessimo la domanda di dove vorremmo che le nostre persone fossero domani, di dove vorremmo essere noi domani. E di chi, professionalmente preparato, potrebbe aiutarci a fare di più e meglio. Questa è la nostra responsabilità e su questi numeri anche noi verremo valutati. E quindi? Enhancing people, si grazie! Lorena Bullo & Silvia Giudici
Per commenti scrivi a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. pubblicato il 31 Maggio 2011
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